Foto sparse dal Tortonese

il 30/07/2012 · Comments Off on Foto sparse dal Tortonese

Questo giro non ha nulla di particolare da essere raccontato, il giorno prima ho avuto problemi di stomaco (chissà perché…) e nonostante la dieta forzata sono andato a fare un girettino di 26km, oggi sto decisamente meglio ma non sono al top della forma e punto su questo itinerario di media difficoltà attraverso le valli Curone, Grue, Borbera e Staffora, con le asperità collinari di Montemarzino, galleria di Garbagna, Giarolo via Vendersi e Colletta di Momperone.

90km e 1450m di dislivello, dignitosi. Memorabili però per la giornata limpida e le belle fotografie che ne sono uscite, qui vi pubblico le migliori.

Cielo azzurro su cui pascola un gregge di nuvole. a Volpedo

Classica visuale della pianura dai pressi di Montemarzino, con le Alpi sullo sfondo che sovrastano i grattacieli di Milano

Le verdi gole del Borbera, appetibile alternativa per fare il bagno

Antico mulino a Santa Maria di Albera Ligure, salendo al Giarolo

La chiesetta della Colletta di Momperone in contrasto col cielo grigio dell’ Oltrepò orientale

Le precipitazioni al di là di Oramala, si vede pure un accenno di arcobaleno

Apoteosi ligure, parte 2 (Beigua-Guardia-Bocchetta)

il 24/07/2012 · Comments Off on Apoteosi ligure, parte 2 (Beigua-Guardia-Bocchetta)

Ritornato nell’ entroterra ritorna a splendere il sole, ma so che salendo verso il Beigua reincontrerò la famigerata nebbia… A Vara inferiore intraprendo una
stradina sconosciuta ai più che percorsa in autunno si trasforma una fantastica galleria boschiva giallo/arancio che scorre su un tappeto di castagne, ma che
anche adesso garantisce una bella ombra e comunque pendenze da non sottovalutare. E’ divisa in due parti intervallate da una discesa, terminata la quale trovo dei massi a chiudere la strada… C’era un cartello che indicava strada interrotta, ma esso era coperto da una rete e perciò l’ho ignorato. Ma non posso certo ignorare la totale mancanza del ponte, non sono dotato della capacità di volo come ET nel famoso film e perciò non ho molta scelta se non tornare indietro, oppure… guardando meglio c’è un sentierino a lato che scende verso il torrente, il quale sembra in qualche modo guadabile. Tornare indietro mi farebbe perdere troppo tempo, allora prendo il velocipede in mano, mi tolgo le scarpe riponendole nelle tasche e passo dopo passo appoggio i piedi sui sassi istabili che spuntano dall’ acqua e supero il tratto senza bagnarmi, salvaguardando calzature e kilometri, con ancora un bel pezzetto al 10% prima di giungere a Pianpaludo, paesino alle pendici settentrionali di questa vetta ligure.

La salita non è nulla di complicato, fatta eccezione di alcune voragini e di una nebbia che pian piano comincia a riavvolgere tutto rendendo l’ ambiente buio e surreale al punto di dover togliere gli occhiali per poter distinguere l’ asfalto dalle buche. Verso la fine si esce dal bosco e la luminosità aumenta lasciando ben visibile le correnti calde umide provenienti dal mare che qui incontrano l’ aria più fredda condensandosi. Arrivo alla cima ed il paesaggio è quello tipico del Beigua, parlando con un anziano che ha lavorato qui a lungo ottengo un’ ulteriore conferma che qui il sole è un evento eccezionale…
La discesa la ricordavo peggiore, è sempre stretta con punti larghi tre metri, ripida, con qualche buca, asfalto umido e pure la nebbia, tanto che alla fine le mani duolgono, ma mi ricordavo più buchi… Al sole marino di Alpicella riempio la borraccia e mi infilo in un’ altra stradina poco conosciuta che taglia via Varazze e Cogoleto, passando in una brulla valletta separata dal Tirreno da una schiera di collinette. Anche questa via è strettissima, a tratti rovinata e pure occasionalmente ripida, ed è la strada dell’ eremo del deserto. La carreggiata è così stretta che mi vedo obbligato a far manovra per far passare una macchina, evitandone al pelo un’ altra poco dopo. Ritorno alla civiltà a Lerca (sopra Cogoleto), ma prima di arrivare al mare imbocco un taglio che mi riporta all’ imbocco della colletta di Arenzano, che in questo modo sapientemente evito infilandomi uscendo sull’ Aurelia praticamente in cima.

Una veloce discesa mi riporta al caos turistico della Liguria, con centinaia di auto e moto di bagnanti parcheggiate alla meglio lungo la statale, ragazze carine in costume (ma tutte accompagnate) e l’ odore di salsedine che finalmente assaporo a pieni polmoni. Questo sino a Genova Pegli è l’ unico tratto di pianura, osservo un poco invidioso la massa sulla spiaggia, almeno sinché a Voltri non entro de facto a Genova, con semafori capannoni e cantieri portuali a completare il paesaggio. Non esistono cartelli stradali che indicano la mia prossima meta, ma me la sono studiata bene con Google street view e non dovrei perdermi, se non che ad un certo punto non capisco più dove mi trovi e rallento temendo di aver perso il bivio. So che la strada scorre a lato di un torrente che ancora non ho visto, ma mi assale il timore di essermelo perso sinché un ponte non mi fa capire di essere all’ ingresso di Pegli, proprio dove devo abbandonare la costa in direzione Madonna della Guardia!

La strada abbandona in fretta la civiltà, la Liguria qui mostra il suo altro aspetto fatto da casette ai bordi di torrenti in secca e circondate da alte vette ricoperte da una florida vegetazione. La salita sale tranquilla e solo dopo San Carlo Cese richiede un po’ di impegno, quando ormai la quota comincia ad essere interessante e quando Lencisa è ormai alle porte, paesino che arriva prima del previsto. Guardo verso l’ alto e vedo il santuario della Madonna della Guardia, non pensavo mancasse così tanto, ma lì devo andare e lì andrò! La velocità cala velocemente e la catena salta sull’ ultimo rapporto disponibile, le pendenze sono nettamente a doppia cifra ed ora sto cominciando a patire la fatica di un tragitto già impegnativo, fatica che esplode sul famoso muro finale in pavée con punte del 16%. Ma arrivare in cima merita come sempre, a parte qualche nuvola svolazzante sopra la città il panorama è splendido e Genova si mostra brillante come poche altre volte.
Finisco le scorte alimentari (il pollo alla griglia del Faiallo mi ha rovinato i piani) e scendo sperando di recuperare in vista della Bocchetta, una delle salite che preferisco con pendenze a me congeniali tra l’8% ed il 10% ed alcuni tratti in cui rifiatare.

La Bocchetta appunto… Ormai conosco bene queste strade e trovo subito l’ imbocco nonostante i sensi unici di Campomorone, l’ inizio respinge indietro chi non si merita di domarla ed io comunque fatico a reggere un buon ritmo su questa ripida via cittadina, ma il peggio passa e dopo qualche chilometro in cui cerco di forzare l’ andatura per battere il mio record risalente al 2005 finalmente spiana e, purtroppo, ne approfitto per bere e rifiatare.
Il secondo tratto è meno complicato di quello iniziale, ma qui la spia entra in riserva sparata e mio malgrado devo diminuire lo sforzo tenendomi idratato e cercando di salvare la gamba in attesa del secondo pezzo piano a Pietralavezzara. Ma non c’è niente da fare, quando la luce si fa fioca l’ unica possibilità è salire al risparmio cercando di sopravvivere, metto la catena sul 27 ed ogni tanto smetto di pedalare, trovandomi praticamente fermo dopo 2 metri con l’ ulteriore consumo energetico per riprendere velocità. Capiamoci… non è nulla di epico o proibitivo, solo stanchezza che non mi permette di superare i 10 orari in tratti al 9/10%, ma salire quando la gamba non risponde è in ogni caso una difficoltà mentale da superare e sopportare sinché il cartello indicante i 772m del passo della Bocchetta non scorre alla mia destra.
E’ fatta, ora mi resta la discesa ombreggiata e divertente nel primo tratto e diritta e tutta da pedalare nel secondo, ma le difficoltà sono finite e l’ unico dislivello restante arriva poco prima della fine, su un infido ponticello.
In totale 154km e 4000m di dislivello, 3° giro più duro di sempre e soprattutto la coronazione di un percorso che ha visto 5 delle mie salite preferite tutte insieme!

Ecco il ponte che non c’è…

Non è il set di un horror/zombie, ma il Beigua ai 1000m di quota

Belin! Zena

Fine delle fatiche

Apoteosi ligure, parte 1 (Marcarolo e Faiallo)

il 18/07/2012 · Comments Off on Apoteosi ligure, parte 1 (Marcarolo e Faiallo)

Madonna della Guardia, Bocchetta, Faiallo, Beigua e Capanne di Marcarolo… Alcune delle salite rimaste nel mio cuore situate nel territorio che io amo, l’ entroterra Genovese con quel mix di mare e montagna, salite lunghe e selvagge ad un passo dalla civiltà che sono state teatro delle mie prime trasferte al di fuori di Oltrepò e Tortonese.
Un giorno guardo e capisco che l’ idea è umanamente fattibile, unirle tutte e cinque in un unico percorso! Un annetto dopo decido di farlo sul serio, la sveglia non suona più presto del solito e dovrei essere tranquillamente a casa per cena, per cui parto finalmente all’ avventura in direzionne Voltaggio, paesino del Gaviese da cui partono i versanti secondari di Bocchetta e Piani di Praglia.

Km 0,60, al guado di Voltaggio inizia la salita alle Capanne di Marcarolo, già decisa a prendere quota salvo cambiare immediatamente idea. Sono su una stradina bella e ombreggiata proprio come piaciono a me, le pendenze sono abbordabili ed il ritmo tenuto è discreto, salvo rallentare in prossimità del valico degli eremiti, un tratto in cui si supera anche il 10%. Ora inizia la parte più bella, una leggera discesa mi fa perdere quota rimanendo sempre tra le pendici del monte Tobbio e la valle brulla e rocciosa scavata dal Gorzente, le cui pozze sono balneabili e già a quest’ ora frequentate da turisti che qui ricercano il fresco.
Supero il guado in cemento, passo accanto all’ antico acquedotto ed intraprendo la seconda parte di salita, sempre abbordabile e con un tratto di pavée in prossimità del sacrario della Benedicta.
La salita vera e propria termina ai 900m dei Piani di Praglia, ma io giro poco dopo Marcarolo in direzione Campo Ligure. La discesa è identica alla salita, molto divertente sebbene la scarsa visibilità data dalla vegetazione ed alcuni tratti umidi mi spingano alla prudenza.

In valle Stura c’è un bel vento contrario, nonostante le pendenze quasi nulle per salire sino a Masone uso il 34 e cerco di risparmiare forze, oggi sarà ancora lunga. Il Turchino è facile come sempre, superato il tunnel mi imbatto nella fantastica vista dei cavalcavia autostradale che parzialmente coprono il mare, ma ora c’è il Faiallo e “qualcosa” mi fa intuire che troverò il prodotto tipico di questo passo marino: la nebbia.
Sino ad un terzo di salita una scarna vegetazione mi accompagna a lato strada, poi pian piano le nuvole si avvicinano e infine mi avvolgono completamente rendendo l’ ambiente tipicamente invernale. La visibilità è limitata anche sino 50 metri, l’ umidità è assilante e si condensa sui peli delle braccia. Fortunatamente non fa freddo, ma pedalare in queste condizioni è avvilente. La mia speranza era di uscire dalla cappa una volta in cima, ma al Bric del dente la situazione è forse peggiore e nel successivo tratto di discesa devo fare attenzioni a macchine sbucate dal nulla.
Arrivo in cima al passo e mi fermo per una breve sosta, non è certo il punto migliore ma devo pur sempre mangiare qualcosa. Di fianco a me c’è un’ area picnic con persone che stanno sfidando l’ umidità per godersi una giornata nel verde grigio, le sento parlare e nessuno vuole mangiare l’ ultima fetta di pollo, al che qualcuno fa “chiediamo al ciclista” e con mia sorpresa mi chiedono veramente se voglio favorire! “Ah se vi avanza sicuro!“. Si immaginavano uno timido, ma quando che da mangiare a sbafo sono sempre in prima fila! Non era prevista una mangiata simile, ma non posso rifiutare questa fettona di pollo alla griglia accompagnata da Barbera delle Langhe! E proprio abbondante! Scopro una cosa importante, e cioé che i genovesi sono molto generosi (sinché non c’è da pagare)!

Fa freddino ed io sono rimasto a lungo fermo più bagnato di nebbia che sudato, ora mi è indispensabile il foglio di giornale per scendere verso Vara inferiore, ma come abbandono il passo il sole ritorna a scaldarmi facendomi dimenticare la temibile nebbia del Faiallo, che purtroppo è equiparabile a quella del monte Beigua, la mia prossima tappa… Al prossimo racconto!

Salendo alle Capanne di Marcarolo

Conoscete l’ antico proverbio “chi dice Faiallo dice nebbia?”

Visibilità sui 50m, sembra di essere in Lomellina a Gennaio, non in Liguria a Luglio

Al mare sulla Strada di Serse e Fausto

il 16/07/2012 · Comments Off on Al mare sulla Strada di Serse e Fausto

(ciclogiro di Stefano Belgeri di sabato 8 luglio 2012)
“….sì, le bici si possono portare”, mi dice la capotreno. “Ma sul tabellone non è riportato il simbolo
della bicicletta”, obietto io, “è lo stesso possibile?”…”ah…già…no, allora no, anche perché questo
treno delle 7.32 è a due piani e non è previsto il trasporto bici…deve prendere quello delle SEI e trenta…”.
Cominciamo bene, penso, domattina mi aspetta una levataccia. Già dormo poco per via del caldo estivo…vabbé, andiamo a fare il biglietto!
Punto la sveglia alle 5.55 ma non suona…questi smartphone ancora un po’ fanno il caffè ma da spenti non fanno suonare la sveglia, o almeno non ho ancora imparato come fare! Meno male che ho puntato anche quella vecchia analogica, sennò avrei perso il treno perché stavo dormendo della grossa! In compenso con ‘sto ammennicolo prodotto della moderna tecnologia potrò anche fare delle foto da allegare al cicloracconto…
Tre fette di pane e miele, tazzone di caffè, ultimi controlli a bici e accessori e via, verso la stazione ferroviaria di Lambrate, con la testa che ancora mi pulsa per l’alzata antelucana!
Il cielo è plumbeo e minaccia pioggia, ma nell’oretta che il treno impiega per arrivare a Tortona si rasserena, tanto che prima di scendere inforco gli occhiali da sole.
La strada per Serravalle Scrivia corre piatta e dritta, arranco un po’ per via della stanchezza ma giunto alla deviazione per Gavi e notato il cartello segnaletico marrone con la scritta “La strada di Serse e Fausto Coppi”, devo ammettere che l’eccitazione sale e la mente si apre. Poco prima, a Villalvernia, avevo notato la deviazione per Castellania, paese natale del Campionissimo, Fausto per chi non frequenta il ciclismo. Avrei voluto andare a visitare la casa-museo ma ho promesso ai gemelli che avrei fatto il bagno con loro prima di pranzo, quindi avevo tirato dritto!
Ora salgo lungo questo serpente di asfalto, dove immagino i due fratelli che si allenano per cercare la gloria diventando campioni di ciclismo, percorro una breve ma buia galleria (ho montato luci davanti e dietro proprio per le gallerie, che si incontrano specialmente in Liguria) e mi ritrovo in un pianoro circondato da gradevoli e regolari appezzamenti coltivati a filari di viti e sovrastati da case padronali ben tenute…già…siamo a Gavi, patria del noto vino! Devo proprio essere stanco!
Seguo per Carrosio e poi per Voltaggio, seguendo le indicazioni per il Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Superato Voltaggio entro nel nulla, nel senso che la strada d’ora in avanti si addentra nel parco in un continuo saliscendi davvero bello per chi ama le salite (un po’ meno le discese nel mio caso, lo ammetto sono un po’ un freno a mano, non mi piace molto andare a 70 all’ora su due copertoncini larghi meno del mio pollice, anche se ammiravo tantissimo Chiappucci per la sua capacità di andare in discesa!).
Lo spettacolo naturale è bellissimo, tra vallette disabitate e boschi in cui si sente solo il frinire dei grilli e delle cicale. Incontro rarissimi veicoli a motore e qualche ciclista, con il quale, come da usanza, non manchiamo di salutarci. Scatto delle foto (al vecchio acquedotto, ai crinali della valle, al cartello bianco posto dove è situato il punto di ristoro del Parco, a quello giallo dedicato ai Martiri della Benedicta).
Mangio un paio di barrette di cereali (lo sforzo delle salite mi ha fatto aumentare il senso di fame) e mi immergo nel silenzio assoluto di questi luoghi, girando la faccia al sole, ascoltando il vento e scordando per un poco le frenetiche consegne di traduzioni, gli impegni vari a cui tocca tenere fede in città e il suo ritmo frenetico. Giungo al bivio che da una parte porta ai Piani di Praglia e dall’altra a Campo Ligure e prendo quest’ultimadirezione, riservandomi i Piani di Praglia e magari il Passo della Bocchetta a un prossimo ciclogiro. La discesa è a tratti vertiginosa; mi supera un atletico e guizzante ciclista con maglia sociale di un gruppo ciclistico delle vicinanze ma lo lascio andare, anche perché all’inizio, cercando di stargli dietro, arrivo a una curva a gomito cieca nel cui mezzo mi trovo parato davanti un tizio che arranca salendo in mountain-bike e che mi costringe ad aggrapparmi ai freni e a  scodare non poco! Meglio dunque scendere al mio ritmo, proprio come si fa in salita!
Campo Ligure ha un bel castello, dove ero tra l’altro stato qualche anno prima con mia moglie a sentirvi un concerto in memoria del grande Faber, Fabrizio De André. Si era tenuto nel cortile del castello, di sera, con le torce accese sui camminamenti e le merlate che illuminavano musicisti e pubblico, creando un’atmosfera davvero suggestiva, quasi magica! Finora ho percorso circa 70 km ma vivo la pendenza che da Campo Ligure porta a Masone, sulla statale del Turchino, con fatica, direi peggio dell’anno scorso in cui, sceso dal treno a  Mortara, ero venuto al mare in bici, e a questo punto ne avevo percorsi sui 130…deve essere la stanchezza che ho accumulato in queste ultime settimane lavorative, oltre a quella dovuta al percorso appena lasciatomi alle spalle, quindi accolgo la discesa dal Turchino quasi con un senso di liberazione, canticchiando motivetti allegri mentre percorro le veloci curve che mi portano a Voltri. Da qua ai bagni Pria Pulla di Arenzano è un attimo, la testa è già in acqua a rinfrescarsi coi gemelli e a pensare al prossimo ciclogiro!

(Le seguenti fotografie le ho scattate io il giorno 14 Luglio)

Vista del Gaviese dal monte Lanzone

L’ antico acquedotto della Benedicta

Under Avventure

Lesima Lesimin…

il 10/07/2012 · Comments Off on Lesima Lesimin…

Lesima lesimin, tutt’i mont i ghè fa inchin, non ghè che mont Alfé che l’è ciu alto che ne lé… Così recita un’ antica canzoncina ligure, quando ancora non esistevano strumenti per capire che il Lesima in realtà è più alto del monte Alfeo dominando tutto il panorama circostante dai suoi 1724m. E’ la cima Coppi e Mortirolo dell’ Appennino pavese, per giungere alla sua sommità si deve affrontare una strada molto ripida che tutti gli inverni soffre di forti escursioni, frantumandosi in ghiaia che disturba la pedalata già precaria.

E’ l’ obbiettivo principale della giornata, ma non l’ unico, dato il caldo da estate piena indosso una vecchia maglia trasformata in canutiera (che errore…) e parto con lo scopo principale di compiere un giro talmente lungo da far diventare Giugno 2012 il secondo mese di sempre per chilometri, considerato che per me è stato sempre un mese di scarico. Alla fine sbaglierò i conti e questo mese rimarrà il 3° di sempre a 3km dal secondo, comunque 490km in più del precedente record. Non male considerato che non ho fatto ferie e gli unici permessi di lavoro che ho avuto li ho presi per i giri ciclo-enologici…

La statale verso Varzi è troppo trafficata al sabato mattina, sino a San Ponzo passo sulla secondaria e poi obbligato mi sorbisco 7km di traffico. A Varzi inizia il passo Brallo, molto pedalabile che mi conferma che oggi la gamba gira bene, poi perdo qualche metro di quota sino a Casanova Staffora ed intraprendo il Pian dell’ Armà, quasi 1000m di dislivello altimetrici, almeno 1100 considerando buche ed asfalto “d’ epoca”. Una settimana fa in discesa mi ha messo di cattivo umore per 2 giorni (ma come si fa a tenere una strada così?), in salita è poco meglio… Sino a Cegni si sale bene su una strada regolare, poi cominciano le buche, i rattoppi ed a faticare per spianare migliaia di microdislivelli presenti tra i sassi collegati tra loro da quel che rimane dell’ asfalto. La pendenza ufficiale arriva al 10% prima di Negruzzo, quella patita è almeno dell’ 11%. Il panorama è comunque buono, sono sulle pendici dei monti Bogleio e Chiappo ed un nascente Staffora scorre sensibilmente più in basso formando una specie di lussureggiante gola.
Sfioro i 1500m dello scollinamento e scendo al passo Giovà / Pian del Poggio, dove approfitto della fontana per riempirmi di acqua (almeno mezzo litro bevuto in un attimo) e dove incrocio Ciro e Damiano, 2 compagni di squadra che stanno facendo una pausa godendosi il fresco clima che c’è qui a quota 1300. Ho tempo da perdere e mi offrono una bella e buona birra fresca (la Castello lager per la precisione). Ok, ormai non c’è giro lungo in cui non assumo alcolici, sto prendendo una brutta piega…
Scendiamo dal Giovà assieme, la strada si butta nell’ alta valle Staffora con un asfalto dignitoso interrotto da troppe curve con sassi in mezzo, motivo per cui la prendiamo tutti tranquillamente. A Pianostano comincia già ad esserci caldo, ma mentre per loro ci sarà il ritorno, per me c’è una salita che mai sono riuscito a fare intera, gli altri 2 tentativi sono sfumati al bivio di Cima Colletta al quale sono giunto completamente privo di forze. E non avevo il Pian dell’ Armà di mezzo, ma nemmeno i rapportini di adesso. Supero agevolmente il bivio per Cencerate e non patisco nemmeno il tratto successivo nel fitto bosco su una carreggiata larga tre metri. Al bivio di Cima Colletta sto bene, il Lesima è alla mia portata.
Sono stati 3 in tutti i tentativi di arrivare in cima, al primo stavano riasfaltando la strada e ci sono arrivato a piedi, al secondo invece ho rinunciato dopo 300m. Al terzo nel 2007 ci sono riuscito, ora sono confidente di non patire e quando la famosa sbarra alzata si presenta davanti ai miei occhi combatto il 20% iniziale a viso aperto, con la catena sul bel 34×27 e tutto seduto per non far slittare la ruota sulla ghiaia. Il primo tornante arriva in fretta e le pendenze si fanno più umane, la vegetazione mi abbandona e scalo questo muro incastonato tra ripidi prati fino al crinale, dove si può respirare in attesa del muro finale che porta sino al famoso ripetitore aereo, muro che manda in acido lattico le mie cosce ma che non mi crea troppi problemi. Più facile del previsto è il mio responso…

Fatto 30 faccio 31 e salgo sino alla vera e propria vetta a piedi su un piccolo sentiero, dalla cima la visuale è fantastica sebbene mitigata dalla foschia. Da qui si dominano la selvaggia val Boreca, la più antropizzata valle Trebbia, si vede lo Staffora, tutte le alte cime dell’ Appennino ligure e sullo sfondo l’ afosa pianura. Però se le pile della fotocamera non mi avessero fatto lo scherzo di esaurirsi proprio ora sarebbe meglio… salvo riprendersi più avanti in discesa… molto ripida da fare a freni tirati. Ad un certo punto vedo una roulotte di un allevatore in basso, una curva e quella roulotte è al mio fianco… C’è ancora un tratto di leggera salita verso Cima Colletta, poi sino al Brallo è tutta discesa e pure messa meglio di quanto mi aspettassi, alla fine l’ unica strada montana veramente indecente è quella dell’ Armà, le altre le si affrontano facendo un po’ di attenzione.
Ai 950m del Brallo ricomincia a fare caldo, che aumenta al termine della discesa al bivio del Ponte Blu, dove inizierà per me un’ altra salita che da Menconico arriva quasi al passo Penice.

Sino al paese alle pendici del Penice nessun problema, poi la strada si impenna rimanendo immersa tra la vegetazione che non copre il sole all’ apice del suo tragitto. Non la ricordavo così ripida, i 10% abbondano ed aggiungendoci temperature di poco inferiori ai 30° a 1000m di quota faccio fatica ad arrivare al bivio delle 4 strade, un chilometro prima del passo Penice.
Scendo verso Romagnese ma non posso saltare la fresca fontana di Casa Matti in cui bevo a sbafo e bagno i guanti che sto indossando esclusivamente in discesa. Questa sarebbe una bella discesa se non trovassi sabbietta o crepe proprio in curva. Supero il paese ed affrontando la calura estiva ormai pesante arrivo sino al bivio di Le Moline, dal quale parte un assolato strappetto che mi porta sino a Valverde e dal quale prosegue la salita sino a S. Albano.
La val di Nizza è un lunghissimo e ripido falsopiano che in discesa scorre agilmente, a Ponte Nizza seguo la statale per quel chilometro necessario a riportarmi su stradine secondarie su cui pedalo sino a casa.

In tutto 154km, 3400m di dislivello, 6:30 pedalate in solitaria, tanto caldo ed una scottatura memorabile sulle spalle scoperte. Ma ne valeva la pena.

Il monte Lesima da Pian dell’ Armà

Il muro finale del monte Lesima

Ripido lato orientale del Lesima, verso la val Trebbia

Eccolo il ripetitore aereo

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